Leggo il blog di Paolo in Kenya e non posso non pensare al mio, a quando arrivai a Nairobi e ne approfittai subito per fare un giro al Parco cittadino, subito "fuori porta", immersa nella flora e nella fauna locali.
Era il 14 settembre 2005, ancora non sapevo che cosa mi avrebbe riservato quel Paese e soprattutto ancora ero spensierata e leggera. Lasciavo volare la mia fantasia e scrivevo:
Piuttosto,
parliamo di Africa, di questi luoghi sconfinati che spaziano per km e km,
perdendosi a vista d'occhio. Parliamo delle faccette simpatiche delle giraffe,
che sbucano da dietro un'acacia, o delle striscie bianconere delle zebre, che
si lasciano inseguire dai bus dei safari. O ancora, dei rinoceronti, dei
facoceri, delle antilopi e delle gazzelle e di tutti quegli splendidi animali
che vivono nella savana.
Qualche giorno dopo ero già cambiata, più seria, più consapevole della realtà che mi trovavo ad affrontare ma, nel contempo, ancora ostile verso quella città così inquinata e pericolosa.
Avevo in me ancora il ricordo della mia esperienza in Messico e non volevo lasciarlo andare, stupidamente:
sono finita a rifugiarmi
all'Internet point di un centro commerciale (e chi mi conosce sa bene quanto io
eviti questi posti consumisti, generalmente), per sfuggire allo smog di
Nairobi. Non credo possiate immaginare quali livelli di inquinamento
atmosferico questa citta' raggiunga: gli occhi mi bruciavano, la gola mi
pizzicava e per un buon quarto d'ora ho avuto perfino la nausea... Al che,
immaginando il colore che avra' il batuffolo struccante questa sera al mio
rientro in hotel, mi sono chiesta: "ma qui saranno mica cosi' neri a causa
dello smog??". Scherzi a parte, vivere qui e' dura. Non vedo l'ora che
cominci il lavoro concitato e con i tempi stretti, che non lascia un attimo di
respiro, per evitare di dover impiegare il mio tempo a cercare distrazioni e
cose interessanti in una citta' che di distrazioni e cose interessanti ne ha
ben poche. Appena esci, gli spazi infiniti della savana ti fanno dimenticare
tutte le brutture della metropoli, ma il tempo per oltrepassare la cappa di
smog e' cosi' lento che, a volte, mi sento completamente oppressa, schiacciata.
Mi guardo intorno e non vedo altro che macchine e fumo nero. I visi delle
persone sono sempre imbronciati e a chi mi chiede se io continui a preferire
ancora il Messico rispondo con fermezza e tanto entusiasmo: si', si' e mille
volte si'! Cio' non significa che dopo 2 mesi e mezzo trascorsi qua non mi
possa dispiacere di salutare le persone che ho conosciuto e che, con scorci
della loro vita, avranno sicuramente arricchito la mia. Ma questa e' un'altra
storia: in Messico, appena arrivata, ho avvertito un sapore di famiglia che qui
e' ben lontano dal farsi gustare. Per fortuna, il gruppo di persone con cui lavoro e' molto simpatico e quindi, se pur sigillata in albergo, me la passo bene. E i nuovi arrivi appaiono molto, molto interessanti.
Dopo pochissimi giorni, però, stavo per essere irrimediabilmente conquistata dal Kenya e dalla sua gente. E del Messico non feci più parola.
SULLA STRADA PER MOMBASA
Mi fisso
nello specchio, mentre le note di Elisa riecheggiano nel silenzio di questa
stanza d’hotel. Mi vengono in mente le parole di un uomo, qualche anno fa: “il
tuo sguardo riesce ad escludere tutto il resto”. Vorrei che fosse lo stesso per
l’uomo di adesso, ma ancora non capisco che cosa ci unisce, che cosa ci divide,
che cosa possiamo fare o essere insieme senza rinunciare a essere noi stessi.
I miei occhi seri proiettano sullo specchio le immagini delle strade dissestate di Nairobi e il fumo che avvolge i miei pensieri è lo stesso prodotto dai camion che, ogni giorno, fanno avanti indietro da Nairobi a Mombasa e viceversa.
Dietro le nuvole di polvere e gas sulla strada per Mombasa ecco improvvisamente apparire nugoli di bambini di ogni età. Sono le 7 di mattina e li vedi sbucare dappertutto: dalle baracche in lamiera ai lati della strada, dalle capanne di legno più giù, ai bordi della savana, e dai sentieri sterrati che giungono da chissà dove e che per km e km non lasciano intravvedere nulla. Spuntano così, piccole sagome in lontananza che, mano nella mano, si avvicinano alla strada principale con i loro vestiti blu. Mi guardano prima cupi, poi stupiti. E finalmente sorridono. Vogliono farsi fotografare, quando mi sporgo dal finestrino del matatu con la macchinetta si mettono in posa, quasi mi corrono incontro facendo smorfie buffe e ridendo cristallini. Ancora non sono diventati grandi, ancora non sanno cosa significa essere bianchi, qui. Sanno che ho la pelle del colore diverso dal loro e ne sono divertiti, ma la realtà è che bianco, a Nairobi, significa ricco. Privilegiato. Paraculo, come si direbbe nella nostra capitale. Per cui ci provano sempre, a fregarti.
I miei occhi seri proiettano sullo specchio le immagini delle strade dissestate di Nairobi e il fumo che avvolge i miei pensieri è lo stesso prodotto dai camion che, ogni giorno, fanno avanti indietro da Nairobi a Mombasa e viceversa.
Dietro le nuvole di polvere e gas sulla strada per Mombasa ecco improvvisamente apparire nugoli di bambini di ogni età. Sono le 7 di mattina e li vedi sbucare dappertutto: dalle baracche in lamiera ai lati della strada, dalle capanne di legno più giù, ai bordi della savana, e dai sentieri sterrati che giungono da chissà dove e che per km e km non lasciano intravvedere nulla. Spuntano così, piccole sagome in lontananza che, mano nella mano, si avvicinano alla strada principale con i loro vestiti blu. Mi guardano prima cupi, poi stupiti. E finalmente sorridono. Vogliono farsi fotografare, quando mi sporgo dal finestrino del matatu con la macchinetta si mettono in posa, quasi mi corrono incontro facendo smorfie buffe e ridendo cristallini. Ancora non sono diventati grandi, ancora non sanno cosa significa essere bianchi, qui. Sanno che ho la pelle del colore diverso dal loro e ne sono divertiti, ma la realtà è che bianco, a Nairobi, significa ricco. Privilegiato. Paraculo, come si direbbe nella nostra capitale. Per cui ci provano sempre, a fregarti.

